Amos Gitai a Ferrara “Cerco una storia antica che ci parla del futuro”

ADA TREVES

FERRARA

Un incontro da romanzo: lui, artista ammirato nel mondo, noto per il carattere difficile e ombroso e con una storia importante alle spalle incontra lei, spericolata e indomabile, capace di cavarsela tra pericoli e intrighi internazionali. Una donna forte, indipendente, che spende energie e patrimonio per una causa nobile senza dimenticare le sue origini né trascurare il valore della cultura.

Due personaggi perfetti. A favorire l’incontro niente di meno che Isabelle Huppert: a Parigi, a un tavolino di un café, ha proposto al regista, architetto e sceneggiatore israeliano Amos Gitai di lavorare insieme alla storia di Beatriz de Luna, nota come Donna Gracia Mendes Nassì o, più semplicemente, La Señora. È passato qualche anno, il progetto è andato avanti, portando la Huppert a Tiberiade, dove finisce la storia di Donna Gracia e Gitai è giunto a Ferrara per un sopralluogo nella città dove mezzo secolo addietro ha vissuto colei che – ora lo si può dire – sarà la protagonista del suo prossimo film. È stato
invitato da Simonetta Della Seta, direttrice del Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah che grazie a una intervista fattagli da Alain Elkann ha saputo dell’interessamento per la Señora.

«Siamo amici da diversi anni, amici davvero. Ci intendiamo bene». Lui è quello metodico – ha raccontato ironico il regista – ora mi tocca anche dargli lezione di selfie, e mi rendo conto ora che andiamo in giro con le stesse scarpe», le scarpe da ginnastica che non esita a togliersi anche durante il dialogo al Meis con Elkann e la direttrice del Museo.

«Donna Gracia è stata una figura eccezionale, con una storia unica. Su di lei sono stati scritti libri: la sua vita – dal Portogallo ad Anversa, all’Italia con il periodo ferrarese e poi in Turchia – è stata quella di una donna capace di essere leader, anche politica, nel 1500». Perseguitata come lo furono i marrani, a volte anche più di coloro che erano rimasti apertamente ebrei, seppe farsi imprenditrice, di successo e partecipare attivamente alla rete che aiutava i marrani a espatriare, e salvarsi.

Alla fine del 1548 da Anversa si trasferì in Italia dove, grazie alla politica di tolleranza della casa d’Este abbandonò la facciata cristiana e il nome da convertita per torna a essere Donna Gracia Nassì. Grazie a lei Ferrara diventò un centro fondamentale della produzione editoriale. A Costantinopoli si dedicò alla ricostruzione delle basi culturali e liturgiche ebraiche perdute. Una storia che non poteva non interessare Gitai: «Mi interessa sempre il passato. Non come progetto nostalgico, ma per ciò che può dirci del presente e del futuro. Qui abbiamo una situazione storica speculare rispetto alla realtà in cui viviamo ora. Cinquecento anni fa era l’Islam a sostenere il progetto di un luogo ebraico, mentre in Europa i cristiani erano impegnati a torturare e uccidere chi non si convertiva».

Il rapporto con l’Europa, forte e importante, è per Gitai un’eredità dei genitori: la madre, nata in Israele, aveva provato nel 1929 a tornare in Europa. Un discorso di Hitler a Berlino a cui assistette la convinse ad andare in Israele. Molto più nostalgico dell’Europa era il padre, l’architetto Munio Gitai, esponente di spicco della Bauhaus, che era stato allievo, in Germania, di Kandinski e di Klee. L’arte per Gitai «deve avere anche un valore civile, e il cinema deve portare a una riflessione, sempre. Il momento più importante, al cinema, è dopo la fine del film, nel buio, quando lo schermo è tornato nero. In quel momento possono iniziare i pensieri, le riflessioni. Solo se succede, l’arte ha un senso».

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