Quando la patria uccide, il Meis ricorda gli ebrei altoatesini

Una pagina importante e dolorosa dell’ebraismo e della Shoah italiani è stata scritta in Alto Adige, nella città di Merano, la cui eredità ebraica si lega ai nomi di Sigmund Freud, Stefan Zweig e Franz Kafka, che in questa terra hanno soggiornato, al pari delle famiglie Rothschild e Weizmann.

Il Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah fa luce sulla vicenda degli ebrei altoatesini martedì 4 settembre, alle ore 17, ospitando nel proprio bookshop (via Piangipane 81, Ferrara – ingresso gratuito) la presentazione del libro “Quando la patria uccide. Storie ritrovate di famiglie ebraiche in Alto Adige” (Edizione Raetia, Bolzano 2016) da parte degli autori Sabine Mayr e Joachim Innerhofer.

A influenzare con il proprio operato la vita sociale ed economica del Sudtirolo sono state soprattutto figure come il rabbino Aron Tänzer di Bratislava, i medici Raphael Hausmann di Breslavia e Alfred Lustig dall’Ungheria, il filosofo Moritz Lazarus, i banchieri Ernst e Arnold Schwarz, Friedrich Stransky e i fratelli Biedermann, i commercianti Moritz e Hermann Götz di Trebíc, i ristoratori e albergatori Kasher Josef e Leopold Bermann, il batteriologo Wolfgang Gronich dalla Bucovina e le scrittrici femministe Clara Schreiber e Nahida Lazarus. Mentre la variante clericale tirolese dell’aggressivo antisemitismo politico di Vienna cresceva rapidamente già dal 1870, gli ebrei meranesi erano molto attivi, convinti del liberalismo democratico, e si impegnavano per la società.

Nel 1938 erano circa milleduecento. Consultando archivi locali, nazionali e internazionali, Mayr e Innerhofer hanno rintracciato una moltitudine di imprenditori, negozianti, avvocati, artisti, attori, artigiani, fotografi e musicisti oggi dimenticati, che a partire dal 1938 furono derubati delle loro proprietà e costretti alla fuga. “Quando la patria uccide” ripercorre le loro vite e la sofferenza di tante famiglie, l’odio cristiano, le diffamazioni e la violenza, gli oltraggi e le privazioni, l’espropriazione e l’assassinio di circa centocinquanta ebrei. Come avvenne in Germania e in Austria, la maggior parte degli “ariani” italiani e sudtirolesi approfittò della condizione dei perseguitati, che a Merano subirono enormi perdite immobiliari: oltre venti ville furono vendute a prezzi irrisori e mai restituite.

Nel settembre 1943, il Sanatorio ebraico di Merano fu trasformato in una stazione di disinfezione. Il 16 settembre vennero arrestate venticinque persone, con l’attiva collaborazione della popolazione locale, delle SS, degli appartenenti al Südtiroler Ordnungsdienst (un’organizzazione ausiliaria para-poliziesca), del SD (Sicherheitsdienst, il servizio segreto delle SS) e della Gestapo, sotto la direzione degli ufficiali Heinz Andergassen, Alfons Niederwieser e Alois Schintlholzer. La sera di quello stesso giorno, gli ultimi ebrei meranesi furono deportati nel campo di rieducazione al lavoro di Reichenau, a Innsbruck, e solo uno di loro sopravvisse.

Dopo il 1945 a molti degli ebrei superstiti fu negato il risarcimento dei danni materiali e il ricordo delle vittime venne rimosso. Una cancellazione cui “Quando la patria uccide” oppone ora la ricostruzione delle molteplici forme nelle quali l’antisemitismo si manifestò in Sudtirolo, dei nomi dei colpevoli, delle sofferenze delle tante vittime della Shoah e del loro contributo alla medicina, all’economia, alle infrastrutture, alla cultura, al turismo, al giornalismo e alla vita sociale.

Come spiegheranno al pubblico gli autori, la stesura del libro è stata resa possibile grazie alla collaborazione delle famiglie ebraiche dei sopravvissuti, alle quindici testimonianze dirette raccolte – tra gli altri, Aziadé Gabai, Lola Polacco, Roberto Furcht, Cesare Finzi, Fritz Singer, Leopold Bermann, Emanuele Neiger, Eva-Maria Ranke, Michael Breuer e Sofie Goetz – e alle voci dei discendenti delle vittime, che oggi vivono in Italia, in Israele, in Inghilterra e negli Stati Uniti.

A introdurre la presentazione, Simonetta Della Seta, direttore del Meis, con la partecipazione di Cesare Finzi, nato a Ferrara nel 1930, figlio del commerciante Enzo Finzi e della mantovana Nella Rimini. Cesare Finzi è stato primario cardiologo all’ospedale di Faenza. Dopo aver saputo del tragico destino degli zii e dei cugini Carpi di Bolzano, nel settembre 1943 fugge da Ferrara con lo pseudonimo di Cesare Franzi e riesce a mettersi in salvo. Ha scritto i libri “Il giorno che cambiò la mia vita” (2009) e “Qualcuno si è salvato” (2006), e da anni racconta la sua storia agli studenti nelle scuole.

Presenti anche Bruno Laufer – figlio del commerciante Oskar Laufer, è nato a Vienna nel 1937. L’anno successivo, la sua famiglia scappa a Merano e nel luglio del 1939 deve abbandonare la provincia di Bolzano. Bruno sopravvive nascondendosi in casa di contadini italiani – e Lydia Cevidalli, violinista e figlia di Aziadé Gabai, nasce a Merano nel 1924. Suo nonno era il noto commerciante di oggetti antichi e tappeti Suleiman Gabai, che all’inizio degli anni Venti si era trasferito col padre Sabetai da Monaco a Merano, dove comprò Villa Dilber.

Maria Luisa Crosina, laureata a Padova in Lettere e Filosofia, presta la sua opera quale libera ricercatrice, consulente storica, paleografa, saggista e traduttrice, e collabora con importanti istituzioni ed enti italiani ed esteri. Ha scritto numerose pubblicazioni su temi legati all’ebraismo e alla storia dell’Alto Garda. Con il suo libro “Le storie ritrovate. Ebrei nella provincia di Trento 1938-1945” ha prestato un contributo fondamentale alla memoria degli ebrei del Trentino.

Gli autori: Sabine Mayr ha studiato all’Università di Vienna e ha lavorato per l’Osce. Ha pubblicato la biografia “Die Sternfelds”, in collaborazione con Albert Sternfeld, e altri libri sul rapporto dell’Austria con il proprio passato e con Israele. Joachim Innerhofer ha studiato all’Università di Innsbruck, è stato per molti anni redattore del quotidiano “Südtiroler Tageszeitung” e oggi dirige il Museo ebraico a Merano. È membro della Comunità ebraica di Merano.

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