Pesach 5780 la lunga strada verso la libertà

Nella notte tra il 14 e il 15 del mese di Nissan (quest’anno coincidente con l’8 aprile, dopo il tramonto), inizia Pesach, una delle feste più importanti e ricche di significati dell’ebraismo.

Pesach ricorda la liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù egiziana e un vero e proprio rito di passaggio, quello del Mar Rosso, che sarà necessario per conquistare l’indipendenza e ricevere le Tavole della Legge, il nucleo centrale dell’etica.

Festeggiare Pesach richiede diversi giorni di preparazione. Per prima cosa, giorni prima le famiglie ebraiche iniziano una rigorosa pulizia della casa, eliminando qualsiasi traccia di cibo lievitato. Questo perché gli ebrei in fuga dall’Egitto non ebbero il tempo di far lievitare il pane. Nella settimana di Pesach si introduce infatti nell’alimentazione il pane azzimo, la matzah.

Una volta sistemata la propria abitazione, il rito successivo è quello della ricerca del chametz: si mettono piccoli pezzi di cibo lievitato in ogni stanza e poi tutta la famiglia come in una sorta di caccia al tesoro deve trovarli, riunirli e distruggerli. Si recita dunque una preghiera nella quale si chiede di uscire d’obbligo, anche se fossero rimasti dei cibi lievitati in casa che non sono stati trovati ed eliminati.

A questo punto si arriva alla preparazione della cena rituale, il seder, che tra gli ebrei della diaspora viene ripetuta anche la seconda sera della festa.

Il pasto festivo è scandito dalla lettura della Haggadah, il libro che racconta la condizione di schiavitù del popolo ebraico e l’uscita dall’Egitto. Ed è precetto che ogni ebreo ed ogni ebrea si sentano come se si trovassero loro stessi ad uscire dall’Egitto, e a sperimentare loro stessi il passaggio da una forma di schiavitù alla libertà.

La storia si arricchisce con le lezioni dei grandi maestri del passato e soprattutto di alcune significative domande identitarie, a cominciare dalla prima: Cosa ha di diverso questa sera dalle altre sere?

Il libro in sé rappresenta metaforicamente il difficile passaggio che conduce verso la liberazione. Un tragitto che va narrato da una generazione a quella successiva, anno dopo anno, e che si trasforma in un dialogo sulla storia ed i valori ebraici tra genitori e figli. Non a caso una lettura particolarmente importante è quella delle domande poste da quattro figli: “il saggio”, “il cattivo”, “il semplice” e “colui che non sa fare domande”. Pur così fortemente diversi e caratterizzati, essi sono tutti egualmente fondamentali per la riflessione sul significato di Pesach. Altro momento centrale è quello della lettura delle dieci piaghe abbattutesi sull’Egitto e sul faraone il quale, indurito nel cuore, non vuole concedere a Mosè la libertà per il suo popolo.

Solo dopo questo momento drammatico, si ricordano le tre parole chiave della festa: Pesach (oltrepassare), Matzah (pane azzimo) e Maror (erba amara), come amara fu la vita degli ebrei durante la schiavitù. Tutti i commensali devono pronunciare le tre parole prima di poter iniziare il pasto.

Questo Pesach sarà diverso da tutti gli altri: a causa dell’emergenza Coronavirus, tante famiglie non potranno infatti celebrare il seder riunite, come da tradizione.

In una fase così delicata per il nostro Paese e per il mondo intero, ricordare la lunga strada verso la libertà risulta ancora più denso di lezioni e significati. Uscire da un periodo di sofferenza, non è semplice, il percorso può rivelarsi lungo e accidentato, ci si chiede se non fosse stato meglio aver fatto scelte diverse, o addirittura si è tentati di tornare indietro. Il seder ci fa rivivere esattamente questa moltitudine di interrogativi e di sensazioni contrastanti: l’erba amara si mescola con il sapore dolce del haroset, un impasto di frutta fresca e secca che ricorda l’argilla con cui gli ebrei fabbricavano i mattoni in Egitto.

Ma giunti alla lettura dell’ultima pagina finalmente arriva la liberazione, possibile solo grazie ad una profonda presa di coscienza e a un forte senso di responsabilità individuale e collettiva.

Nell’immagine, l’Haggadah di Venezia risalente al 1609, dalla David Sofer Collection. Questo prezioso esemplare illustrato è una delle opere che attendono di essere esposte nella mostra del MEIS “DENTRO&FUORI. Oltre il ghetto”, pronta per essere inaugurata al pubblico non appena sarà passata l’emergenza.

Con la speranza di riaprire presto il MEIS e farvi ammirare tutta la mostra dal vivo, vi facciamo i migliori auguri di un Pesach felice e in salute e di una serena Pasqua.


PESACH SAMEACH פסח שָׂמֵחַ

Dario Disegni Simonetta Della Seta

Presidente Direttore

(Haggadah di Pesach con traduzione in ladino, 1609. Collezione David Sofer, foto di Angelo Piattelli)

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