«Non siamo una cattedrale nel deserto, raccontiamo un sistema di valori»

di Lia Tagliacozzo

«È difficile tracciare un programma, è possibile individuare solo delle linee», si schernisce Amedeo Spagnoletto nuovo direttore del Meis – Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah di Ferrara – che ha come orizzonte la ripresa delle attività dopo il Covid (in qualità di ex membro del comitato scientifico, Spagnoletto conosce bene il Meis). Romano, ex rabbino capo di Firenze, sofer – scriba – e restauratore di pergamene, laureato in Scienze politiche con indirizzo storico e diplomato alla Scuola di biblioteconomia vaticana, Spagnoletto sostituirà nei prossimi giorni Simonetta Della Seta, la direttrice che ha guidato il museo dalla sua nascita e che ora andrà al dipartimento Europa dello Yad Vashem, a Gerusalemme. In questi primi quattro anni il Meis ha avuto decine di migliaia di visitatori, realizzato mostre importanti sulla storia ebraica in Italia, ha ampliato i propri spazi man mano che i lavori di ristrutturazione dell’ex carcere procedevano e ha allestito all’esterno anche «il giardino delle domande», un percorso verde legato alla casherut – le regole alimentari della tradizione ebraica- il primo a essere riaperto dopo l’emergenza. Nonostante le parole caute Spagnoletto ha però le idee chiare: «Il rischio del Meis è quello di essere una cattedrale nel deserto, è lontano dai grandi circuiti turistici e dai centri della vita ebraica. E invece fondamentale evitare che diventi un luogo marginale, bisogna convincere le persone a venire a visitarci, a partecipare alle nostre iniziative, per questo è necessario attivare convenzioni con tutti i progetti culturali del territorio e creare reti e intese». Se da un lato l’intento è proseguire il lavoro della precedente direttrice – l’inaugurazione della mostra dedicata al ghetto in Italia è stata rimandata di un anno ma se ne pubblicherà presto il catalogo- dall’altro ha intenzione di potenziare alcuni settori: «Bisogna rivedere l’offerta didattica pensando sia alla formazione degli alunni che dei docenti. Tutto dipenderà dalla ripresa delle scuole, forse dovremo attrezzarci anche alla didattica a distanza, ma è importante ricordare che nel nostro atto costitutivo vi è sicuramente la memoria della Shoah ma vi è anche l’impegno per la rimozione del pregiudizio e l’educazione al rispetto dell’altro. Nel nostro bacino di utenza ci sono molti centri della pianura padana che sono geograficamente vicini e potrebbero diventare destinatari dei nostri progetti, quanti giovani di quelle zone potrebbero essere coinvolti». «Intanto -prosegue- quando sarà possibile e con tutte le cautele necessarie solleciteremo la ripresa delle visite delle scuole. Per i giovani abbiamo la mostra interattiva 1938: l’umanità negata. Dalle leggi razziali italiane ad Auschwitz, realizzata dal Quirinale nel 2019 e ora ospitata al Meis. Non si tratta di una mostra nel senso classico del termine: è pensata per i ragazzi, graduata su ciò che è esperibile da loro». «C’è molto lavoro già fatto che va trattato con grande rispetto- spiega ancora Spagnoletto – bisognerà continuare nella costruzione della collezione permanente attraverso l’allestimento di altre mostre. Adesso siamo a tre quarti del cammino, abbiamo coperto buona parte della storia ebraica italiana ma dobbiamo arrivare alla contemporaneità. Il Meis inoltre può rappresentare la strada per ottenere prestiti importanti da musei italiani e stranieri: ha protocolli di salvaguardia adeguati e può dare l’opportunità di vedere cose che altrimenti resterebbero lontane. Secondo il direttore, «non si può però parlare solo di Shoah -afferma tratteggiando un orizzonte di lavoro- lo sterminio è un fatto rilevante, un passaggio ineludibile in una storia che si declina lungo duemila anni ma dobbiamo rappresentare le tante vicende di questa storia, mostrare le innumerevoli contaminazioni reciproche che hanno reso l’ebraismo italiano così particolare. E raccontare un sistema di valori: dobbiamo essere capaci di mettere in gioco tutto e veder cosa ne risulterà». Spagnoletto risponde poi ai timori di chi non vedeva di buon occhio la nomina di un rabbino alla guida di un museo storico: «Capisco le incertezze ma spero siano mal riposte. Proprio nella tradizione ebraica fare il rabbino non è sempre stato un mestiere in sé: si era medici, letterati, biologi e anche rabbini. Da adesso anche direttori di un museo».

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