Maturità 2018: Giorgio Bassani, Ferrara, le leggi razziali e «Il giardino dei Finzi Contini»

di CHIARA PIZZIMENTI

«Una delle forme più odiose di antisemitismo era appunto questa: lamentare che gli ebrei non fossero abbastanza come gli altri, e poi, viceversa, constatatare la loro pressoché totale assimilazione all’ambiente circostante, lamentare che fossero tali e quali come gli altri, nemmeno un poco diversi dalla media comune». Giorgio Bassani raccontava il mondo che aveva vissuto, un mondo che era morto con la Seconda guerra mondiale, con lo sterminio nazista e le leggi razziali. Bassani raccontava quella Ferrara in cui aveva vissuto fino al 1943.

Un brano del suo libro più famoso, Il giardino dei Finzi Contini, è quello scelto per l’analisi del testo nella prima prova della maturità 2018, l’ultima con le tre prove scritte, l’ultima dei ragazzi nati nello scorso millennio.

Non c’è stato il panico dello scorso anno, quando Giorgio Caproni, autore della poesia proposta, era sconosciuto ai più. Bassani è nome più noto, ma non era fra quelli attesi per la prova scritta.

Pur avendo Ferrara al centro della sua opera, Giorgio Bassani era nato a Bologna nel 1916 ed è morto a Roma nel 2000. Fino al 1943 ha vissuto però nella città estense la cui vita negli anni Trenta e Quaranta è al centro di gran parte della sua opera: la comunità ebraica a cui apparteneva. Il fascismo, le persecuzioni razziali, la guerra e la Resistenza.

A Roma diresse la Biblioteca di letteratura dell’editore Feltrinelli e pubblicò Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa e Il dottor Zivago. Fu vicepresidente della RAI e presidente dell’associazione Italia Nostra.

«Più del presente contava il passato, più del possesso il ricordarsene. Di fronte alla memoria, ogni possesso non può apparire che delusivo, banale, insufficiente». Il Giardino dei Finzi Contini è stato pubblicato da Einaudi nel 1962. Per anni è stato uno dei romanzi fondamentali della seconda metà del Novecento, quelli degli anni d’oro dei premi letterari: Alberto Moravia, Carlo Cassola, Elsa Morante, Maria Bellonci, Carlo Emilio Gadda, Beppe Fenoglio, Cesare Pavese e Italo Calvino.

Dopo Se questo è un uomo di Primo Levi, è stato uno dei primi romanzi a parlare delle Leggi razziali del 1938 e della deportazione degli ebrei. Fu un immediato successo e negli anni Settanta fu trasformato in film da Vittorio De Sica vincendo anche un Oscar. Bassani però ripudiò la versione cinematografica e fece togliere il suo nome dalla pellicola con Dominique Sanda, Helmut Berger e Fabio Testi.

È un giardino in cui il tempo sembra non passare quello dei Finzi Contini, non toccato dal vento gelido delle Leggi razziali. Qui si gioca a tennis, si scopre l’amore ancora fra il 1938 e il 1941. Sognano un futuro che non tutti avranno i ragazzi ebrei di Ferrara e del resto dell’Europa. È lo stesso mondo de L’amico ritrovato di Fred Ullman e del film di Louis Malle Arriverderci Ragazzi.

«Da molti anni – è l’incipit del libro – desideravo scrivere dei Finzi Contini – di Micòl e di Alberto, del professor Ermanno e della signora Olga – e di quanti altri abitavano o come me frequentavano la casa di corso Ercole I d’Este, a Ferrara, poco prima che scoppiasse l’ultima guerra». Sono i ricordi personali di Bassani che diventano la storia del mondo. I Finzi Contini sono ispirati a una ricca famiglia ebrea di Ferrara. Silvio Magrini, presidente della comunità ebraica dal 1930, morì ad Auschwitz come la moglie Albertina. Come nel romanzo il figlio morì prima della deportazione.

«Io riandavo con la memoria agli anni della mia prima giovinezza a Ferrara, e al cimitero ebraico posto in fondo a via Montebello. Rivedevo i grandi prati sparsi di alberi, le lapidi e i cippi raccolti più fittamente lungo i muri di cinta e di divisione e, come se l’avessi addirittura davanti agli occhi, la tomba monumentale dei Finzi-Contini». In quel corso Ercole I d’Este c’è il nome del signore ferrarese che accolse nel 1492 gli ebrei costretti a scappare dalla penisola Iberica. In fondo a quella strada c’è il cimitero ebraico e c’è dall’anno scorso il Museo nazionale dell’Ebraismo italiano e della Shoah.

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