LA FORZA DI LILIANA

Stefano Lolli

«NON ASCOLTATEMI come una sopravvissuta, una testimone, una senatrice. Siete i miei nipoti ideali, ascoltatemi come una nonna». Liliana Segre guarda i giovani che gremiscono il Teatro Nuovo, fissandoli uno a uno: «Per me è importante vedere i vostri occhi». Stabilito il contatto emotivo, il racconto diventa suadente e forte: «Ero una bambina qualunque, felice, viziata, in una casa di persone che l’amavano». Aveva otto anni, Liliana, quando per le leggi razziali fu espulsa da scuola: «Gridai ‘perché?’, tra le lacrime. E ancora adesso quell’interrogativo non ha trovato risposta». La storia scivolava sulla china insidiosa della guerra, prima, e della Shoah poi: «Tentammo di scappare in Svizzera, accompagnati dai ‘passatori’ che facevano un mercato umano, e mi ricordano tanto gli scafisti che oggi traghettano le persone». Poi l’approdo, terribile, ad Auschwitz Birkenau: «Vedevo attorno a me qualcosa di impossibile – nella sala il silenzio si fa denso –; anni dopo, leggendo Primo Levi, ha capito che quello era ‘lo stupore per il male altrui’, la cosa più atroce e inaudita». Di sé, la Segre parla con lucidità: «Fui vigliacca, egoista: i miei assassini mi avevano fatto diventare una lupa affamata». La salvezza affidata al caso, e a una forza incredibile: «Quando i miei nipoti tornano da scuola dicendomi ‘non ce la faccio più’, mi arrabbio – sorride la senatrice a vita –. Non ditelo più neppure voi, siete fortissimi. E dovete trasformare la marcia della morte, alla quale io sono sopravvissuta mettendo una gamba davanti all’altra, nella marcia della vita che state plasmando. Non ascoltate i bulli, sappiate provare pietà, perché la pietà è un dono». E in un’epoca in cui sembra di nuovo messo in discussione «il fatto che tutti gli uomini sono uguali, e meritano rispetto e dignità», il valore fondamentale è quello della scelta: «Quando il campo fu liberato, il comandante, un Ss terribile che ci picchiava col nerbo di bue, gettò la pistola a terra. Io mi ero nutrita di odio e di vendetta – conclude la Segre – pensai di chinarmi, raccogliere l’arma e sparargli. Fu un attimo, capii che non ero come il mio aguzzino, e che avevo scelto la vita. Da quel momento sono una donna libera e di pace».


SUL PALCO

«Le sue parole scardinano l’indifferenza»

«PERCHÈ state ridendo? Non fatelo qui, uscite fuori, c’è un bel sole e potete godervelo. Andate pure, io non mi offendo». Brividi in sala quando Liliana Segre interrompe la propria emozionante testimonianza per bacchettare, a distanza, alcuni ragazzi che sembravano distratti da qualche facezia. Un richiamo non tanto da nonna, ma da persona che sa quanto preziose siano le parole, distillate e poste ciascuna con il giusto e sofferto peso. Incontro straordinario, quello promosso ieri dal Meis al Teatro Nuovo: «Il compito fondamentale del museo – sottolinea il presidente Dario Disegni –, non è solo quello di organizzare mostre e narrare la storia, ma di costituire un polo culturale e di civiltà, capace anche di scuotere l’indifferenza, quando l’intolleranza, il razzismo, la xenofobia sembrano nuovamente irrompere». Arrivata in città giovedì sera, accolta proprio al Meis dal direttore Simonetta Della Seta, ieri la senatrice a vita ha aperto di fatto le iniziative del Giorno della Memoria: «Vogliamo considerarlo come il giorno della conoscenza», il commento del prefetto Campanaro, che ha aperto gli interventi istituzionali. Seguito dal sindaco Tagliani, per cui «dimenticare è la maggior offesa alla storia e a chi ne ha patito dure conseguenza. Dobbiamo batterci perché le coscienze non siano, mai, anestetizzate». Oltre 700 gli studenti in sala, in rappresentanza di una ventina di scuole, di città e provincia: e per il direttore dell’Ufficio Scolastico provinciale Giovanni Desco già questo ha rappresentato un evento. Ma ai ragazzi e agli insegnanti ha detto «che il sapere, di per sè, non è sufficiente per assicurare pace e benessere». Occorre avere la capacità di ascoltare le testimonianze, fondamentali, di chi ha la forza per portarle sino a noi. Ma anche i discorsi protocollari, come le risatine di qualche ragazzino improvvido, sono stati presto interrotti: «Mi avete chiamato per ascoltare o per parlare?», la frase a bassa voce della Segre ai vicini di tavolo d’onore. Schietta, profonda, ironica («Ma perché fotografate solo me? Non c’è Belen in giro?», la battuta davanti agli obiettivi), istintivamente affettuosa con i giovani. Al termine tutti in piedi per la standing ovation che si tributa ai grandi. Lei, però, batte le mani soprattutto «agli insegnanti: in trent’anni ho incotrato 200-300mila studenti, e ho trovato tanti docenti che sentono la missione, come me, di portare avanti la mia storia».

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