In viaggio per l’Europa ebraica seguendo Beniamino da Tudela

Di lui si sa pochissimo perché, anche nelle pagine scritte di suo pugno, gli elementi autobiografici scarseggiano. Chi viaggiava nel XII secolo lo faceva per motivi religiosi o per commercio, quindi forse era un mercante. Ma il suo testo non ha praticamente nulla della pratica di mercatura, che nella tradizione italiana del Trecento vede diffondersi i prontuari con note sugli empori, le piazze, i diritti doganali, le tariffe, i cambi delle monete.

Il misterioso personaggio è Beniamino da Tudela e su di lui, il direttore dell’Istituto di Giudaistica della Freie Universität di Berlino, Giulio Busi, ha fatto luce al Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah. Sede non casuale dell’incontro, visto che il percorso espositivo del MEIS “Ebrei, una storia italiana. I primi mille anni” si conclude proprio con il “Libro di viaggi” (Sefer massa‘ot) dell’ebreo navarrese, di cui sono esposte diverse, preziose edizioni. “Tra il 1159 e il 1173 Beniamino andò dalla Spagna verso la Terra Santa – ha ricordato Dario Disegni, Presidente del Museo –, fino a giungere quasi alla Mesopotamia e attraversando le diverse comunità d’Italia, soprattutto del sud, ma anche quelle che cominciavano a formarsi nel centro-nord. Uno spaccato di grandissimo interesse e una delle sezioni più intriganti della mostra. Molti visitatori chiedono al nostro bookshop il volume di Beniamino, che purtroppo è andato esaurito da anni. E oggi sono lieto di comunicare che presto lo ripubblicheremo, con un’introduzione del professor Busi”.

Che curerà inoltre – questo il secondo annuncio della serata – la seconda parte del percorso narrativo del MEIS: “Il 14 marzo 2019 – ha proseguito Disegni – inaugureremo “Il Rinascimento parla ebraico”. Sarà una mostra di notevole fascino, per i prestiti che il Direttore Simonetta Della Seta sta richiedendo ai maggiori musei europei e internazionali. E sarà un’altra importante occasione per approfondire la storia degli ebrei italiani”.
Che tutto questo accada al MEIS, “un’istituzione che è un miracolo all’italiana e all’ebraica – così lo ha definito Giulio Busi –, è necessario. Ne ho seguito la storia abbastanza da vicino sin dal primo concepimento e trovo che ora si tocchi con mano una realtà che funziona, ricca, con un futuro, che può crescere in maniera esponenziale. Dieci, dodici anni fa mi sembrava impossibile, invece ora è indispensabile. Perché il Museo rende conto e cristallizza le energie storiche e culturali dell’ebraismo italiano, che cercavano una casa aperta, capace di coinvolgere il grande pubblico”.

Energie testimoniate in primo luogo dal “Libro di viaggi” di Beniamino da Tudela, tradotto in italiano solo nel 1987: “Ci ho lavorato nei due anni precedenti – ha raccontato Busi –, mentre ero impegnato nel primo censimento dei beni culturali ebraici dell’Emilia-Romagna. Quel progetto pilota mi aprì gli occhi su una realtà materiale che, fino a quel momento, avevo studiato solo sui libri. Tutt’altra cosa è girare per le sinagoghe, vedere gli argenti, i tessuti, i volumi a partire da una mappatura del territorio così fitta, con decine di posti da visitare. Una ragnatela tra il virtuale e il concreto che si faceva fatica a fissare. E penso che il MEIS possa essere il luogo in cui questo passato, questa presenza e questo futuro affiorano e diventano visibili, una specie di lente di ingrandimento che ci permette di cogliere nel suo insieme una realtà così straordinaria e ancora tanto vitale”.

Qui il primo parallelismo tracciato da Busi: “Giravo l’Emilia-Romagna per censire i beni culturali ebraici e ho colto un’assonanza con Beniamino: pensavo a questa mappa che lentamente si riempiva di luoghi, all’itinerario che stavo disegnando, un po’ come aveva fatto lui. Questo parallelismo è dato dall’idea che una storia, in quanto struttura temporale, sia percorribile anche geograficamente. Il tempo lascia delle stratificazioni geografiche, basti pensare al complesso sinagogale delle scuole ferraresi, incastrate una nell’altra: per decifrarle, per capire come si intersecano, è stata fatta una specie di disegno esploso. Quando percorriamo i luoghi, si sgrana davanti a noi la sedimentazione di una presenza ebraica nel tempo: la sinagoga secentesca, l’oratorio del tardo Quattrocento, gli argenti di fine Settecento. E così passiamo da un principio astratto di cronologia a un principio concreto di visibilità materiale, che ci fa percepire la profondità degli eventi. Ecco, qualcosa di simile succede nel libro di Beniamino, purtroppo un po’ sottovalutato”.

Per spiegare perché il Sefer massa‘ot avrebbe dovuto godere di maggior fortuna, Busi passa alla seconda analogia: “Anche per nobilitare il lavoro di Beniamino da Tudela, farò riferimento a “Il Milione” di Marco Polo, icona, grande eponimo del viaggio medievale e mia passione. Se si confrontano i due libri, si nota la precocità del viaggio di Beniamino, che avviene circa un secolo prima di quello di Polo, e la sua estensione: la parte documentabile, in cui le cose che lui scrive sono verosimili e in buona misura controllabili, arriva da Tudela alla Persia, con una cronologia stringente misurata in parasanghe, cioè in quantità di spazio percorribile a cavallo. Ci sono dati erronei e punti nei quali l’autore fa confusione, ma di questa vastissima area geografica ci fornisce una mappatura in larga parte de visu, un itinerario concreto”.
Un problema molto dibattuto, quello della veridicità del racconto. Nel caso del “Milione”, in prima linea tra i detrattori troviamo Francis Wood, che negli anni Ottanta ha messo in dubbio che Marco Polo sia mai stato in Cina. “E dei sospetti sono stati avanzati pure su Beniamino – si rammarica Busi –. Purtroppo è la maledizione dei viaggiatori che hanno avuto, e riportato, un’esperienza eccezionale per la loro epoca. Ma più esamino il suo racconto, più mi convinto della sua veridicità: se guardiamo i brani – presenti solo in Beniamino e in nessuna altra fonte – in cui compaiono notazioni personali, l’enorme numero di dati fattuali sulla consistenza e l’organizzazione delle comunità della diaspora, con nomi e cifre, sulle loro interazioni con l’ambiente maggioritario, capiamo che questo libro costituisce un patrimonio e che non può essere stato copiato”.

A motivare l’imponente opera di documentazione di Beniamino, è un piano intellettuale ben definito: “Costruire un atlante ebraico dell’Europa, identitario e concreto, dettagliato luogo per luogo, ma non esclusivo. In questa rappresentazione, infatti, non ci sono solo gli ebrei: viene notata la presenza politica, sono detti i toponimi, i nomi delle chiese, quale reliquia è venerata in una certa chiesa, dimostrando così che quella finestra temporale degli anni Sessanta del XII secolo è reale. C’è una specie di presa di visione diretta della realtà anche maggioritaria: musulmana, crociata, a Roma cattolica, a Bisanzio della chiesa ortodossa. Entrano nel libro i mirabilia di Roma, parte di una tradizione medievale assai diffusa, ci sono le leggende cristiane su Roma, sempre, però, filtrate da una sensibilità ebraica. Nei monumenti romani, ad esempio, Beniamino vede le vestigia del passato e della storia di Israele, della sua interazione con Roma. E ci informa che parte del richiamo di Roma come meta di pellegrinaggio cristiano deriva proprio da monumenti o reliquie ebraiche esibite ai cristiani per la loro ebraicità. Esisteva, quindi, e Beniamino la registra, un’affabulazione ebraica che ha inglobato le rovine, facendone un pezzo di storia del rapporto tra Roma e Gerusalemme”.

Un atlante ebraico, dunque, che abbraccia tutta l’estensione della diaspora. E che, quasi per osmosi con i luoghi, presenta innesti linguistici affascinanti, “come quando Beniamino, parlando di Baghdad, cita delle frasi in arabo. Sa, pertanto, interagire, trascrivere ciò che apprende, magari perché istruito dagli ebrei del luogo sui costumi e sull’uso linguistico di una particolare comunità”.

Tutti elementi che fanno del “Libro di viaggi” un atlante non solo della diaspora, ma anche del medioevo cristiano e musulmano, quale esso si presenta in un decennio specifico del XII secolo. “Abbiamo perciò a che fare con l’unico documento storico e intellettuale di questo tipo, una specie di orchidea letteraria. Di quel periodo abbiamo tanti documenti ebraici: penso alle lettere, ai contratti commerciali e di matrimonio provenienti dalla Genizah del Cairo. Ma quei materiali, per quanto utili a fotografare uno spaccato della vita quotidiana dell’età di Beniamino, sono serviti a intellettuali e storici di oggi per fare una ricostruzione a posteriori. Con Beniamino, invece, abbiamo la consapevolezza e l’immediatezza di un autore del XII secolo che decide deliberatamente di descrivere la realtà ebraica del suo tempo, compresi i legami degli ebrei con i diversi ambiti locali”.

Tra i sospetti aleggiati su Beniamino e alimentati da alcuni indizi piuttosto dotti presenti nelle sue pagine, vi è poi quello di essersi appoggiato a un ghost writer più colto di lui, a un erudito: “In base al cliché intellettuale in voga nell’Ottocento e nel primo Novecento, in quanto mercante, Beniamino non poteva essere colto, ma solo ruspante. Mi viene in mente il pattern Rustichello da Pisa-Marco Polo, nella prigione di Genova. Invece, potrebbe benissimo essere che uno stesso autore, particolarmente dotato, sia stato capace di cucire l’esperienza diretta e la descrizione geografica con elementi più letterari. In fondo, abbiamo numerosi esempi di rabbini mercanti che viaggiano in questo periodo e sono relativamente colti”.

Ciò richiama qualche considerazione sullo stile dell’autore: “I passi più ampi e dettagliati riguardano di solito le grandi metropoli dell’epoca: Roma, Costantinopoli, Gerusalemme, Baghdad, che Beniamino vede prima dell’invasione mongola e della scomparsa del califfato, quando è ancora uno centro culturale e scientifico di primissimo piano, con ospedali e manicomi”. Questo focalizzarsi sulle città è in accordo con la geografia della diaspora, che è soprattutto una geografia urbana: “Le grandi metropoli sono fuochi della diaspora ebraica e Beniamino li pesa e descrive come tali. I riferimenti alle leggende, ad esempio, sono un arricchimento del testo e compaiono in genere a proposito delle città e in modo generalizzato quando parla della Terra di Israele: qui si dilunga maggiormente e propone un livello leggendario di archeologia in connessione coi luoghi biblici, cioè riconosce i luoghi d’Israele in base alla loro menzione nella Bibbia, in quanto luoghi dell’immaginario sentimentale ebraico. In effetti, il libro di Beniamino è anche un viaggio sentimentale – conclude Busi –. E sicuramente, con la nuova edizione critica che il MEIS promuoverà, potrà dirci ancora molto”.

Daniela Modonesi

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