Grossman all’Abbado «I miei personaggi? Mi arrendo a loro e inizio a scrivere»

Samuele Govoni

Gian Maria Volonté quando doveva dare vita a un personaggio partiva dalla camminata, cercava la postura, il movimento. Diceva che partendo dall’andatura riusciva a costruire poi tutto il resto: il carattere, il temperamento, le sfumature, le contraddizioni. Anche David Grossman, scrittore israeliano che ieri pomeriggio al Teatro Comunale Abbado di Ferrara ha chiuso la Festa del libro ebraico, ha confessato di partire da lì: dal gesto. «Cerco di identificarmi fisicamente con il mio personaggio, cerco di capire come si muove, come cammina, come tiene le mani». È cominciata così la conversazione tenuta con la direttrice del Meis, Simonetta Della Seta, che, domanda dopo domanda, ha scavato nell’opera e nella lingua dell’autore.

PERSONAGGI
«Durante la scrittura di Qualcuno con cui correre, mi sono bloccato spesso perché non riuscivo a individuare la presenza fisica di Tamar (la protagonista, ndr). Sapevo solo che era una ragazza poco più che adolescente e che era dura e tenera allo stesso tempo ma non riuscivo a darle corpo. Così rimandavo. Un giorno, poco fuori Gerusalemme, ho visto il profilo di una giovane che avrà avuto 16 o 17 anni e – racconta Grossman – mi è bastato vedere la sua mascella per capire che aveva in sé le caratteristiche che cercavo. Non mi sono avvicinato, non ho ascoltato la sua voce, sono tornato a casa e ho iniziato a scrivere: avevo il mio personaggio». Considerato uno dei più grandi scrittori contemporanei, noto per il suo stile semplice ed avvincente, Grossman, nel corso dell’incontro, ha spaziato dai romanzi alle storie per bambini, dalla lingua ai retaggi d’infanzia.

COME UN RADAR

«Quando scrivo ho bisogno di vedere ciò di cui voglio scrivere e divento come un cacciatore, come una specie di radar: vedo ciò che cerco. È come se la realtà mi venisse incontro, la riconosco e inizio a scrivere», spiega Grossman. Ma non è sempre facile o immediato come percorso. Per esempio, prima di iniziare a scrivere A un cerbiatto somiglia il mio amore, in cui racconta di una madre che si mette in viaggio per salvare il figlio impegnato in un’incursione militare, ha scritto una lettera. «L’ho scritta a Orah (così si chiama la protagonista del romanzo, ndr) e le ho chiesto: “Perché non ti arrendi?”, ma in quel momento ho capito che ero io che dovevo arrendermi a lei».

IO INTERIORE
«Ho capito – prosegue lo scrittore – che in noi c’è la possibilità di essere molti; certo, bisogna scavare, andare in profondità. È un gioco importante che ci dà la possibilità di essere persone diverse, di vivere altre vite; è un gioco che apre la nostra anima». «La letteratura e l’arte – aggiunge – consentono di uscire da una corazza, da un io sbagliato per ritrovare l’io vero», come succede a Dova’le, protagonista di Applausi a scena vuota, che durante uno spettacolo di cabaret si accorge di essere diventato un altro rispetto a ciò che era.

COME UN FIUME
Grossman, tradotto in svariate lingue in tutto il mondo, continua a scrivere in ebraico. «Sono orgoglioso di usare una lingua antica di quattromila anni perché è come un fiume e sul suo letto si depositano le espressioni, le parole e le tradizioni di chi è venuto prima di me e – conclude lo scrittore – penso sia un grande privilegio».


MATTINATA AL MUSEO

Elkann: «Le mie storie raccontano l’ossessione di un momento»

Alain Elkann e Vittorio Sgarbi ieri mattina al Meis di Ferrara hanno scritto un’altra pagina di quel loro diario in continuo aggiornamento che un giorno, forse, diventerà libro. Nell’ambito della Festa del libro ebraico il giornalista ha presentato Anita, il suo ultimo romanzo edito da Bompiani: una riflessione sulla vita, sulla morte e sull’amore; un viaggio nella memoria privata e collettiva attraverso ricordi e aneddoti che, in maniera a volte più marcata e a volte meno, vedono comunque l’autore al centro del tutto.

VITA E MORTE

«Questo libro – ha spiegato Sgarbi nel corso della presentazione – è una riflessione sulla vita attraverso un pretesto narrativo che è l’amore per Anita. Elkann nel narrare le sue storie rovista nella memoria ma mantiene comunque un piano presente». Il critico, nel corso dell’incontro ha detto di aver trovato diverse analogie tra Anita e i romanzi di suo padre, Giuseppe Sgarbi; in particolare con Lungo l’argine del tempo e Lei mi parla ancora, rispettivamente primo e terzo romanzo entrambi editi da Skira.

«I libri di mio padre- ha aggiunto Sgarbi – potrebbero essere definiti “elkanniani” perché anche lui, attraverso le sue storie, ha voluto mantenere viva la memoria del passato». Gremita la sala del bookshop in cui si è svolto l’incontro a cui ha fatto seguito poi la presentazione de Il caso Kaufmann (ed. Rizzoli) di Giovanni Grasso.

«In questo romanzo – ha sottolineato Elkann – uso il personaggio di Anita per parlare di altro. Scrivo da sempre libri brevi perché parlo dell’ossessione che ho in quel momento e non voglio disperdere intensità e tensione. I miei libri sono come tanti spicchi che poi, uniti, formano una sola opera. Qui medito sull’anima e su ciò che c’è dopo la morte».

S.G.


NEL GIARDINO

Testi come persone. L’installazione di Geraci al Meis sulla deportazione

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