'Ferrara ebraica', rivive la storia

di Luigi Pansini

Il talled è lo scialle usato dagli ebrei nelle preghiere del mattino o dopo le benedizioni. Il talled a motivi floreali ripreso dalla copertina della mostra ‘Ferrara ebraica’ inaugurata ieri al Meis è però più di un oggetto. Evoca direttamente il suo proprietario, il rabbino Leone Leoni che il 21 settembre 1941 fu schiaffeggiato dai fascisti intenti a devastare le sinagoghe.

Dopo ‘Il Rinascimento parla ebraico’ al Museo dell’ebraismo italiano e della Shoah è tempo di rientrare tra le mura e raccontare lo stretto legame fra la città e l’ebraismo. Per farlo, la curatrice Sharon Reichel ha attinto in gran parte al patrimonio della comunità ebraica prima esposto al museo ebraico di via Mazzini con l’aggiunta di qualche pezzo donato o prestato al Meis, e capace di far emergere storie di vita. A volte addirittura viventi come quella di Cesare Moisé Finzi, 89 anni, figlio di Enzo Finzi, la cui profumeria in via Mazzini 61-63, riaperta dopo la guerra e la fuga dalle deportazioni, torna presente davanti all’insegna originale in ferro con l’elenco delle chincaglierie in vendita.

Inedita pure l’opera di Mario Capuzzo che nel 1943 disegnò in diretta e poi dipinse a tempera, come fosse la ricostruzione di una vera scena del delitto, i cadaveri lasciati giacere davanti al muretto del Castello dopo l’eccidio del 15 novembre 1943. Nel percorso, allestito da Giulia Gallerani, sono state reimpiegate le interviste a sette ebrei ferraresi, viste nella precedente esposizione ‘Lo spazio delle domande’, e testimonianza nel tessuto locale dell’odierna vitalità della comunità, rappresentata dal rabbino Luciano Caro e dal neo-presidente Fortunato Arbib. «La mostra serve anche a spiegare perché il Meis è costruito qui – ha detto la direttrice Simonetta Della Seta -. L’Italia è stata chiamata ‘I tal Yah’, Isola della rugiada divina. Al suo interno c’è l’isola di Ferrara, un luogo dove gli ebrei erano invitati dai duchi d’Este quando altrove venivano chiusi nei ghetti, dove i rabbini italiani si sono riuniti quando i papi hanno bruciato il talmud e nel 1861 con l’Unità d’Italia».

Dove da pochi giorni sono stati ripristinati i 25 milioni di euro per completare il museo, e dove lunedì il consiglio comunale ha riconosciuto all’unanimità la cittadinanza onoraria a Liliana Segre («Ringrazio l’Amministrazione per il nobile gesto», ha detto Dario Disegni, presidente del Meis). «La storia di Ferrara e della provincia si lega in maniera indissolubile con quella della comunità ebraica di cui siamo orgogliosi. L’Amministrazione è sempre stata attenta alla realizzazione del Meis – ha sottolineato ecumenicamente il sindaco Fabbri riconoscendo l’impegno politico dell’ex assessore alla Cultura Massimo Maisto presente nel pubblico -. Credo che sia ciò che ci contraddistingue di più oggi a livello turistico, un valore aggiunto, e porteremo avanti un gemellaggio con Toledo, che ospita il museo dell’ebraismo spagnolo». I lavori del primo nuovo corpo del Meis, sul fronte di Rampari di S. Paolo, sono in corso e termineranno fra un anno; per il resto occorrerà aspettare almeno il 2022. Intanto negli ultimi due anni si sono avvicinati i 50mila visitatori, di cui circa il 40% stranieri, ed è in produzione l’evento del 2020, anticipato dal presidente Disegni. «La mostra di oggi prelude al terzo capitolo della narrazione della vicenda storica degli ebrei in Italia, quello dei ghetti e della successiva emancipazione, che inaugureremo il 2 aprile».

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