Ebrei e Chiesa, dall'Inquisizione alla nuova sfida del Dialogo

I rapporti tra ebrei e Chiesa cristiana sono, per Anna Foa, non solo uno dei temi dominanti della sua vita di docente universitaria – ha insegnato alla Sapienza di Roma (Storia Moderna), all’Università Gregoriana e all’Università Ebraica di Gerusalemme – ma anche il nucleo della sala che ha curato al Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah, nel percorso espositivo “Ebrei, una storia italiana. I primi mille anni”. E proprio su “Ebrei, cristiani e Chiesa” la professoressa Foa è intervenuta ieri al Meis, per il ciclo di incontri alla scoperta della mostra.

“Autrice di testi e saggi che sono ormai dei classici – così l’ha introdotta il Direttore del Museo, Simonetta Della Seta –, oltre alle recensioni di libri ebraici che scrive sull’Osservatore Romano, lo scorso 25 gennaio, al Quirinale, Anna ha tenuto un bellissimo discorso in occasione del Giorno della Memoria. Perché il suo pensiero abbraccia la vicenda ebraica dalla storia antica a quella moderna, dell’Europa e dell’Italia”.

E dall’antichità fino ad oggi ha spaziato la storica, prendendo le mosse da alcune delle suggestioni che la mostra di Ferrara innesca: “Quando l’Impero diventa cristiano, per gli ebrei le cose mutano, ma non in modo precipitoso. Rispetto alla loro situazione nell’Impero pagano, dove nel 212 erano diventati cives romani come gli altri, all’inizio del IV secolo cominciano ad essere lentamente introdotte delle restrizioni alla loro cittadinanza. Il cambiamento vero, però, lo si avrà con le leggi di Teodosio e poi, nel VI secolo, con il Codice giustinianeo, che non considera più l’ebraismo una religio licita, non eretica”. Giustiniano, del resto, è Imperatore d’Oriente “ed è nei territori italiani sotto il dominio bizantino che i rapporti tra cristiani ed ebrei sono più difficili e l’atteggiamento più marcatamente anti-ebraico: le conversioni forzate e le violenze fisiche sono molto più normali qui che nell’Impero d’Occidente e nelle aree governate dal papato di Roma”.

Alla fine del VI secolo, quando il papa è Gregorio Magno, in occidente i rapporti fra ebrei e cristiani vengono sistematizzati, resi definitivi. Una formalizzazione che confluisce nel diritto canonico, cioè nel corpus giuridico-religioso cui la Chiesa riconduce tutte le questioni relative alle eresie e alle altre religioni. “Gregorio Magno fonda la sua costruzione di equilibrio fra ebrei e Chiesa, cioè fra non uguali, su due pilastri: essendo un sacramento, le conversioni non devono essere forzate, ma spontanee, altrimenti il sigillo del battesimo non può essere impresso. Di questo, in seguito, si discuterà molto. Nel Duecento, ad esempio, si dirà che le conversioni non sono valide quando il battesimo è imposto con la forza assoluta, cioè quando qualcuno, legato mani e piedi, viene immerso nell’acqua battesimale e continua a protestare ad alta voce che non vuole essere battezzato. Tutto questo – ricorda la Foa – mentre gli imperatori bizantini caldeggiavano la conversione forzata o la imponevano, come avviene in Spagna con gli editti dei re visigoti. Alla definizione della teoria della conversione, così com’è formulata dal diritto canonico, si arriva attraverso numerose tappe e talvolta la Chiesa s’interroga su cosa sia lecito. Dopo i grandi massacri di ebrei nell’area renana, durante la prima crociata, i vescovi tedeschi decidono che chi si era convertito lo aveva fatto forzatamente e poteva, dunque, tornare all’ebraismo”.

Poi, il secondo pilastro: “La verità non deve essere sopraffatta dall’errore: quando una sinagoga viene sequestrata agli ebrei – a furor di popolo o per intervento dei vescovi – e consacrata come chiesa, non la si può più riconvertire; al massimo, si possono restituire gli arredi sacri e pagare il prezzo delle mura. Inizia ad essere tracciato un equilibrio disuguale, che prevede innanzitutto la presenza degli ebrei. Anche quando i riformatori ne invocano l’espulsione da Roma, nel primo Cinquecento, prevale l’equilibrio e assume la forma del ghetto: gli ebrei possono restare solo a certe condizioni di subordinazione, entro delle mura e con degli orari di chiusura, ma è comunque un’affermazione di compromesso, mentre in altri Paesi – in metà dell’Italia, parte della Germania, in Francia, Inghilterra, Spagna e Portogallo – sono già stati espulsi. In un’Europa sempre meno popolata di ebrei, fanno eccezione i luoghi nei quali la Chiesa ha mantenuto i suoi poteri e vige il diritto romano cristiano”.

Questo equilibrio tanto sbilanciato a favore della Chiesa viene presto codificato nell’arte: “Al Meis c’è una riproduzione del mosaico del V secolo della Basilica di Santa Sabina, a Roma, con una rappresentazione della Chiesa come Ecclesia ex gentibus o dei gentili, data dall’estensione del cristianesimo ai non ebrei, e come Ecclesia ex circumcisione. Qui le due Ecclesiae sono poste sullo stesso livello: una formula iconografica che è allegoria di un equilibrio e che in Italia troviamo alla Pinacoteca di Ferrara, a Parma e in pochissimi altri posti. Non è diffusa come sui frontoni delle cattedrali del nord Europa, dove ha una connotazione più violenta: la Chiesa cristiana è trionfante e alza il braccio verso l’alto, mentre la sinagoga è accasciata e accecata”.

Eppure gli ebrei devono esserci, la loro presenza è fuori discussione: “Ma non per motivi economici, come spesso si crede. La pratica del prestito si afferma solo successivamente, intorno al Duecento, ed è allora che per gli ebrei, divenuti fondamentali per l’economia delle città italiane, nascono i problemi. No, in quest’epoca sono importanti da un punto di vista spirituale, religioso, dell’economia della salvezza: secondo Agostino e Paolo, non può esserci l’avvento di Cristo senza la conversione finale di tutti gli infedeli, in primo luogo degli ebrei. Un’idea su cui gli apocalittici – a partire da papa Paolo IV, creatore del ghetto e fortemente convinto che la fine del mondo sia imminente – si scatenano”. Da qui alla fioritura di leggende, talora venate di esotismo, il passo è breve: “Tra Cinque e Seicento, recuperando vecchie tesi e formulazioni dei testi ebraici, si parlerà di fiumi che il sabato arrestano il proprio corso, si dirà che le tribù assimilate a Babilonia durante la prima diaspora si erano solo nascoste, etc. I testi cristiani riprendono queste versioni e incitano a scovare gli ebrei per farli convertire. Un rabbino inglese del Seicento, Menasseh Ben Israel, racconta, ad esempio, il viaggio di un esploratore marrano che, in Perù, incontra un popolo nascostosi al di là di un fiume e poi scopre che si tratta di ebrei”.

E perlopiù nel mito vanno derubricati i rari episodi di discriminazione e violenza che, intorno all’anno Mille, colpiscono la comunità ebraica. Come quello che alla presenza degli ebrei a Roma attribuisce, in forme vaghe e scarsamente attendibili, una pestilenza.

“Le cose peggiorano nel Duecento, con l’istituzione dei tribunali inquisitoriali, con la diffusione dei movimenti ereticali in Europa – catari, valdesi –, con l’avvio degli ordini mendicanti, che spingono alla conversione, fanno prediche contro gli ebrei e cercano di mandarli via – specie se sono dei prestatori – dalle città. L’Inquisizione medievale le tenterà tutte per estendere la propria giurisdizione sugli ebrei, per farli equiparare agli eretici. Proverà anche a fare tutt’uno della caccia alle streghe e della percezione negativa degli ebrei, ma sostanzialmente senza successo. A conferma della solidità dell’equilibrio creato dalla Chiesa”.

Un equilibrio comunque ambiguo, un messaggio difficile da far comprendere alle masse: “Da un lato abbiamo il legame inestricabile tra ebraismo e cristianesimo, e la tradizione paolino-agostiniana, che affermano la necessità della presenza della minoranza ebraica, l’unica cui sia consentito di rimanere dov’è, di osservare la propria religione e di vivere secondo le proprie norme e tradizioni. Dall’altro lato, invece, abbiamo un registro più violento, adottato soprattutto dal basso clero, che propugna la distruzione degli infedeli in Terra Santa: pensiamo alla prima crociata, alla peste nera e al movimento dei flagellanti nella prima metà del Quattrocento”.

In questo clima culturale, non sempre la Chiesa riesce a focalizzare se gli ebrei siano una minoranza accettata e mantenuta o un nemico da combattere e annientare. “Ma in Italia, fino al Cinquecento, non ci sono grandi rivolgimenti, nemmeno con i ghetti. Che limitano pesantemente le libertà degli ebrei e sono affiancati da un’accesa politica conversionistica, ma senza espulsioni. Anzi, il ghetto è propria la risposta della Chiesa alla richiesta di espulsioni. Rispetto a quanto avviene in Spagna nel 1492 o ai battesimi forzati in Portogallo, l’Italia resta un luogo a sé, dove gli ebrei devono esserci, seppure subordinati ai cattolici”.

“Bisognerebbe domandarsi – l’invito di Anna Foa – non solo quale sia il significato di questa convivenza per gli ebrei, ma anche se ha rappresentato un elemento, sia pure infinitesimale, di possibilità per la società cristiana. Che, almeno in Italia, è stata condizionata dalla presenza di questa minoranza, nota a tutti, soprattutto nelle piccole città, dove la rete di intersezioni fra ebrei e cristiani era fitta. Una o più minoranze arricchiscono, aprono a nuove prospettive, ci riportano a una sorta di meticciato culturale. A Roma gli ebrei avevano certamente coscienza di poter stare lì solo a certe condizioni, in virtù di un patto, di un equilibrio strategico. E quella consapevolezza li ha accompagnati in mezzo alle macerie di Varsavia, dove lavoravano da deportati: come racconta Arminio Wachsberger, quando videro la tonaca di un prete, pensarono che fosse stato mandato apposta da Roma per riportarli indietro. Vivere così non era certo il massimo e forse, data la situazione attuale, dovremmo ricordarcelo anche in altre circostanze e per altre persone che non sono gli ebrei. Interrogarci sulla presenza di una minoranza e sulle modalità che permettono quella presenza può esserci utile ancora oggi. Direi oggi più che mai”.

Daniela Modonesi

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