Dario Franceschini: “Da ministro della cultura mi do 6,5. Non c’è lavoro più bello”

di Simone Pesci

“There’s no better job in the world”. Così disse il presidente Barack Obama in visita al Colosseo un mese dopo che Dario Franceschini giurò al Quirinale come ministro della cultura, “il ministero economico più importante d’Italia dissi allora, in quella che poteva sembrare una battuta ma non lo era”. A quattro anni esatti di distanza dal giorno dell’insediamento, Franceschini si ritrova alla caffetteria del Castello per fare un bilancio da “6,5 che è il voto che mi do come ministro”. Concordando con Obama – “non c’è lavoro più bello che fare il ministro della cultura in Italia” -, il candidato ferrarese del Pd alle prossime elezioni si guarda indietro.

E, nel farlo, vede un “cambiamento totale del sistema museale”, con i musei che da “uffici delle soprintendenze, un’eccellenza, certo, ma che non avevano competenze in materia gestionale”, oggi si trovano a essere “una centralità che è stata costruita e che spero non si torni indietro”.

“Investire in cultura – prosegue – significa aiutare il made in Italy e gli investimenti stessi, si possono creare lavoro e crescita economica. La cultura fa bene alle persone, la bellezza è la nostra arte”.

Non manca poi una stoccata ai detrattori, riguardante le polemiche riferite ai direttori stranieri dei musei: “Il direttore della National Gallery è italiano e viene dal Prado, quello del British Museum è tedesco”. La querelle, secondo Franceschini, ha dimostrato “l’arretratezza del nostro sistema”, perché “all’estero nessuno si sognerebbe mai di dire delle cose così idiote”.

Poi, qualche cifra. “La card dei 18enni – afferma – è stata utilizzata dal 70% delle persone, ci sono 12 milioni in più di visitatori e le domeniche dei musei gratuiti contano stabilmente 500 mila presenze, tante quante vanno negli stadi. E la maggior parte sono famiglie italiane”.

Si passa poi al territorio, dove Franceschini è candidato per il Pd con lo slogan ‘Per la mia terra’. “Ho cominciato –evidenzia- a fare politica al liceo, il mio territorio ha influenzato tanto il mio modo di fare. Ultimamente sono stato a Roma, è vero, ma come diceva Bassani la lontananza aiuta a vedere di più le cose”.

Quando si gli si chiede delle azioni significative che ha fatto il ministro ne indica due: “Senza dubbio il Meis, che diventerà un luogo internazionale; l’altra non mi compete, ma vado orgoglioso della creazione del parco unico del Delta del Po”. E se la provincia ha “carenza di infrastrutture”, una delle prime cose che farà in caso di elezione sarà “completare l’E55, una strada che da Orte arriva al nord Europa, che libera la Romea e valorizza il territorio”.

Qualche sferzata agli avversari, di questi tempi, deve per forza esserci: “In questa campagna elettorale si usa di tutto, i fatti di Macerata sono stati ancora peggio. I populisti prendono le paure reali e gettano benzina sul fuoco, questa non è politica, ma robaccia”. E sul centrodestra afferma: “Una volta era moderato, adesso Salvini e Meloni hanno molti più consensi. Di Maio, poi… i 5 Stelle sono presuntuosi e gli darei in mano il Paese per vedere”.

Non manca nemmeno la solita frase su LeU, che da qualche settimana a questa parte sta diventando un ritornello. “Tutti i voti – spiega Franceschini – che andranno a LeU aumentano le possibilità di M5S e Lega: è aritmetica, non potranno mai vincere. Sia che vinciamo che non vinciamo alla fine dovremmo comunque ricomporre, perché siamo nello stesso campo”.

C’è anche il tempo per una battuta. “Molto bella anche la mia esperienza da scrittore, perché i lettori sono meglio degli elettori”.

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